Presentazione di Sergio Molesi per i depliants delle mostre personali alla
Sala Comunale d'Arte di Trieste nel marzo del 1976 ed alla galleria Grigoletti di Pordenone nel febbraio 1977

Il caso di Mario Bessarione è veramente al giorno d'oggi qualcosa di straordinario, tanto straordinario che rischia ( ed ha rischiato ) di non essere capito. Egli è più bravo che noto e questo, in tempi in cui quello che più conta è farsi conoscere che non lavorare, è addirittura scandaloso.
Bessarione infatti si è imposto nelle non dimenticate mostre universitarie degli anni cinquanta e poi per quattordici anni non si è presentato al pubblico pur continuando a dipingere in un solitario, macerato, talora anche esaltante approfondimento del suo linguaggio al fine, come ebbe a scrivere Ennio Emili, di parlare a se stesso con la pittura, di autipsicanalizzarsi, di contemplare nell'immagine impressa nella forma la storia della sua personale avventura spirituale. Il viaggio è stato lungo e ricco di esperienza, tanto che merita di costruirlo assieme per intendere meglio la complessità culturale e spirituale di quanto oggi ci viene proposto e che va ben al di là del robusto mestiere e perfino della gradevolezza cromatica che informano i dipinti odierni.
Gli inizi impressionistici di Bessarione registrarono subito una vistosa dicotomia: mentre il paesaggio si ordinava secondo moduli costruttivi, il ritratto virava decisamente in senso espressionista, come se il vedere, nel rapporto col mondo, fosse essenzialmente un capire e, nel rapporto con gli uomini, fosse piuttosto uno sperimentare e sentire. Il successivo accostamento a Chagall e Rouault, nel mentre si costituiva come un aggiornamento culturale piuttosto precoce per un giovane operante a Trieste all'inizio degli anni cinquanta, fu un calare le esperienze precedenti in una dimensione psichica più profonda, in quella zona deve l'immagine è prodotto e della fragranza della sensazione e dei portati dell'esperienza precedente. Un aggiustamento di tiro più verso Rouault e Bessarione era un artista già formato nella sintesi personale di impressionismo, cezannismo ed espressionismo calati entro una ricca e commossa spiritualità elegiaca di polso largo e robusto. E' questo il Bessarione che chi scrive incontrò alla metà degli anni cinquanta e che ancora ricorda con ammirazione.
In seguito i colori divennero limpidi e chiari in forme più volumetriche alla Carrà per il paesaggio e in forme vagamente modiglianesche per le figure, come se tendesse a prevalere una concezione più razionale della vita pur nella diversa gradazione del rapporto con il mondo e con l'uomo, sì da non spegnere quella contrapposizione tra ordine mentale e impulso sentimentale che fin dall'inizio è stato un tratto caratteristico dell'arte di Mario Bessarione. Quasi come in un susseguirsi di corsi e ricorsi, all'inizio degli anni sessanta, il colore divenne tenero e delicato, la volumetria si attenuò e la linea trapassò i suasivi ondulamenti melodici, come se, nel progressivo sganciamento da riferimenti figurali, il paesaggio si ricostituisse, attraverso l'esperienza di Carrà, nel momento incantato di Chagall. In certi fiori più tardi il colore e il segno divennero più forti, espressionistici, quasi alla Van Gogh, come se, proprio nell'istante in cui avveniva il passaggio dal mondo visto del figurativo al mondo pensato e sentito dell'informale, si stesse ricostituendo, in questa nuova dimensione, tutta l'esperienza pittorica di Bessarione. Infatti, nella mostra dell'estate del 1974 alla Galleria Santa Maria Maggiore ( era la sua prima personale ), Bessarione presentò, abbandonata definitivamente la visione naturalistica dell'impressionismo, tutte e quattro le componenti della sua cultura pittorica : la volumetria di Carrà e di Cezanne doveva confrontarsi con il gesto di Van Gogh, mentre il segno di Rouault arginava ed esaltava il colorismo di Chagall. Il tutto in un mondo senza figure, nell'ambito di un contesto di pure forme, dove la ragione si confronta con la volontà ed il sentimento argina ed esalta la sensazione, in una dimensione talmente approfondita della vita psichica che può essere colta anche intuitivamente tanta è la sua universalità.
Una sintesi così raggiunta si vede ancora in questa mostra, ma già in alcuni dipinti si profila una nuova tendenza in cui, nella progressiva emarginazione della componente espressionistica e razionalistica, tutto è affidato alla luce e al colore, nella esaltazione e spiritualizzazione della sensazione per via del sentimento: il bello è che, nell'apparente informalismo, si tratta di un ritorno all'esperienza del reale nella sua dimensione, a livello visivo, perfino totale: è la sensualità che emana dall'esperienza tattile e visiva di un epidermicità ravvicinata che si pone come esaltazione dell'esperienza vitalistica. E' un invito al giusto piacere che è rapporto, comunicazione, in un mondo in cui, per troppo volere e per troppo sapere, si finisce con lo smarrire il senso profondo, le radici stesse della vita. L'atto volitivo e l'atto razionale si ritirano difronte al nudo apparire della bellezza nella ricerca della felicità più piena perchè meno voluta e meno indagata. E non si tratta dell'intuizione primitiva del buon selvaggio, ma del distillato più raffinato della cultura più consapevole. E un
tanto basti a rassicurarci che dopo " Une saison en enfer " la felicità ci tocchi, per dirla con Rimbaud, con " Sa dent, douce à la mort".
Sergio Molesi