Presentazione di Ennio Emili nel catalogo della prima mostra personale
alla
galleria S. Maria Maggiore a Trieste nel giugno 1974

BESSARIONE

Mario Bessarione dipinge da oltre vent'anni. Eppure è assai poco noto negli ambienti artistici cittadini. Perchè egli, pur lavorando da professionista, cioè con tutte le carte in regola ( serietà, impegno, grandi capacità tecniche, notevolissimo ingegno ), è in realtà un isolato, un solitario. E questo - fra tanti artisti piazzaioli e buccinatori che fanno di tutto pur di mettersi in mostra - è un fenomeno raro, al giorno d'oggi, un fenomeno inoltre squisitamente triestino. Giacchè è il culto della serietà, dell'onestà e della sincerità che caratterizza l'opera di Bessarione, come un tempo la "moralità" accanita dei triestini vecchio stampo ( Slataper e Stuparich in prima fila ).
Bessarione infatti - dopo i primi notevoli exploits figurativi di circa venti anni fa, quando, partecipando alle mostre giovanili, ha vinto più di un premio importante - si è ritirato nella pace del suo studio, maturando, lavorando e - attraverso una " krisis " segreta del linguaggio e della sintassi strutturale - scavando in profondità il proprio mondo poetico.
Purtroppo non ha più partecipato a collettive nè allestito mostre personali ( e questa infatti è la prima ), onde il pubblico non è a conoscenza di tutto il vasto e coscienzioso travaglio linguistico che precede e condiziona le opere presenti. Da molti anni poi egli ha evitato di " vedere " opere altrui, disertando le mostre, per non essere influenzato nè turbato da tentazioni esterne, isolandosi vieppiù nella sua solitudine di outsider, non con sprezzante orgogliosa alterigia, sibbene con umile desiderio di ricerca, con testardo e puntiglioso bisogno di " veder chiaro " in se stesso.
Partito dal cosiddetto Novecento italiano ( e sensibile specialmente alla lezione di Carrà e di Sironi ) egli ha seguito per quasi tre lustri le tracce di un robusto figurativo, di netta impronta postespressionistica, ricco di colori e corposo di forme, baluginante di tetre visioni vespertine, di corruschi e cruenti tramonti. Poi la sua tavolozza si è schiarita: paesaggi carsici e triestini vergati con incredibile bravura tecnica e con un ricco, sensuale e quasi sontuoso cromatismo. La sua fatica ( comune del resto a molti pittori contemporanei ) è sempre stata quella di arginare la forza dell'ispirazione e la bravura della mano, di crearsi continui ostacoli, di complicarsi le cose per non cedere alla facile tentazione di un policromo edonismo, dovuto a ciò che si potrebbe definire quasi un eccesso di abilità pittorica. Poi è venuto il periodo dei nudi, a volte delicatissimi, sempre di alto livello e - ci verrebbe voglia di dire - di grande scuola. Ma lentamente - perfino in un figurativo ad oltranza come lui, in un arrabbiato sostenitore della pittura narrativa ( ma dotato di una vena spiccatamente espressionista, cioè pittorica pura, e qundi non letteraria ) - si faceva strada, in ritardo, quella subdola crisi dei contenuti che da oltre un secolo travaglia e condiziona la pittura mondiale.
E lentamente - cioè onestamente - senza sbalzi e senza dichiarate aprioristiche scelte, gli stava nascendo sulla tela una specie di espressionismo astrattizzante ( mai geometrizzato però ). Così questo pittore, innamorato fin dall'inizio della pittura in sè ( della bella pennellata, della tecnica artigianale, del cromatismo, della materia espertamente incisa e lavorata ), con un'ansia pertò drammatica d'interiorità, di " profondità " e quasi assessionato dai pericoli di una certa virtuosistica superficialità che sentiva in sè latente e potenziale ( e che lo avrebbe portato - come però non ha mai fatto - verso il decorativismo e l'edonismo ), sfociava infine - cerca sei anni fa - in quell'informale a lungo combattuto e più volte esorcizzato, cui tuttavia era fatalmente predestinata la sua ricerca profondamente " onesta ". Onesto, ingenuo e " puro " a tutti i costi, Bessarione non vuol infatti dipingere il " bel quadro ", nè tampoco il quadro che piace, ma il quadro ch'egli - dentro di sè - approva e non squalifica, sente cioè profondamente " proprio ", vitale espressione, documento autobiografico. E in ciò si stacca nettamente dall'astuta e furbesca pletora di molti pittori arrivati. E anche adesso - quando da molti anni ormai pratica l'informale ( ch'egli, puntualizzando con pervicacia, definisce semplicemente " non figurativo ") - lotta continuamente per l'onestà, per l'interiorità, diffidando dai facili effetti e dalle " frasi fatte ", senza la minima concessione alla mera piacevolezza decorativa, senza venir incontro - mediante " passaggi " più noti e quindi più agevoli - alla comprensione del pubblico. Dipinge per sè, nella vera accezione del termine. Pittura come euresi ed autopsicanalisi, autocatarsi, autoliberazione.
Ma poichè la pittura, Bessarione ce l'ha nel sangue, è chiaro che questi prodotti - frutto di un notevole scavo tecnico, di una sofferta e furiosa introspezione - sono validi anche per gli altri, stando ai dettami di quel ribaltamento della soggettività nell'oggettività ( proclamato la prima volta forse da Schelling ), così caratteristico dell'arte.
E veniamo alle opere di questa personale ( ma era necessario farne la preistoria, illustrarne cioè gli antefatti ), in cui Mario Bessarione ci mette al corrente delle sue recenti feconde fatiche, ci propone insomma il frutto finale di così lunga ed attenta macerazione. Sono quadri dotati di una potente attrattiva, e che piacciono prima di tutto per l'estrema, irresistibile "godibilità" cromatica. E' assai difficile - come era prevedibile, dato l'isolamento di questo pittore - reperirvi le matrici culturali. Forse un certo Vedova molto cromatizzato, con in più qualche vaga reminiscenza di Afro e del nostro Devetta. Sono paralleli puramente indicativi e quasi casuali - si badi - perchè Bessarione è un pittore rigorosamente solitario.
Ciò che maggiormente colpisce è l'atomizzazione della sintassi narrativa, il suo sbriciolamento in tanti ovuli-microcosmi vibranti e pulsanti sulla tela ( e ciò è avvicinabile per qualche verso alla concezione di Mirò ): l'assenza cioè di costruzione. Assenza voluta, naturalmente, una volta constatata l'avversione di questo pittore per il quadro facile, anzi per il " bel quadro ". I pericoli? Quelli di ogni pittura " a tappeto ": monotonia, ripetizione, unitamente a quelli - finora peraltro solo sfiorati - della " marmorizzazione " e della " pittura per stoffe ".
Il risultato però è notevolissimo, talora addirittura entusiasmante: vi si avverte tutto il peso poetico di una " narrazione ", di un discorso figurale (naturalmente cifrato, alla Capogrossi, e non citiamo questo nome a caso, perchè effettivamente Bessarione sembra avviato alla ricerca di un proprio personale ideogramma ). Ci sono ritmi, cadenze, ripetizioni. Cifre alchemiche, alfabeti magici, geroglifici astratti, configurati a volte in " noduli di forza ", in gangli vitali, in bozzoli-feti ( o forse homuncoli? ) pulsanti e vibranti di una prorompente forza interiore, quasi sull'orlo di scoppiare e di germinare. Questo plasma vitale ( certi quadri ricordano infatti l'iconografia
microscopica di cellule e di tessuti anatomici ), finora danzante - come protozoi, infusori o cigliati - sulla tela, è forse sull'orlo di condensarsi, di scoppiare, di agglutinarsi, oppure di disperdersi maggiormente ( e allora si approderebbe al " puntinismo astratto " di certo Tancredi ).
Per ora dobbiamo godere di questa pittura - senza chiederci oziosamente dove andrà ad approdare - tenendo però ben presente la sua natura squisitamente profonda ( archetipa ed emblematica ), nonchè metafisica, la lunga macerazione che la precede, e la pervicace onestà dell'artista che mai cederebbe al facile astrattismo di maniera. Tenendo presente che c'è dell'altro " dietro " ( oppure in fondo ).Che Bessarione così vuol spiegarsi, vuol comunicare, vuole esorcizzarsi, liberarsi, autopsicanalizzarsi.
Ecco allora che il semplice " racconto " superficiale e formale - indubbiamente godibile anche per sè - racchiude un segreto. C'è un che di celato e di non detto ( o di detto solo cifratamente ) in questi quadri dall'apparenza così solida e serena: un chè di sofferto. Una nobile urgenza di spiegarsi meglio e di " andar oltre ". Uno strenuo, onestissimo travaglio di espressione.